I disturbi dell’immagine corporea

Terapia Cognitivo-Comportamentale (TCC) e disturbi dell’immagine corporea

L’immagine corporea è un costrutto multidimensionale caratterizzato dalle percezioni e dalle valutazioni dell’individuo in merito al proprio aspetto fisico (Cash e Pruzinsky, 2002). Schilder, nel 1935, definisce l’immagine corporea come l’immagine del proprio corpo nella propria mente, ovvero il modo in cui il corpo appare a se stessi. In seguito, nel 1988, Slade la descrive più precisamente come “l’immagine che abbiamo nella nostra mente della forma, dimensione, taglia del nostro corpo e i sentimenti che proviamo rispetto a queste caratteristiche e rispetto alle singole parti del nostro corpo”: cioè, la rappresentazione soggettiva che ogni persona ha del proprio corpo (Slade, 1994).

L’immagine corporea può essere coinvolta in varie patologie, che hanno come elemento centrale una sua distorsione.

Il Disturbo di Dismorfismo Corporeo

La denominazione di Disturbo di Dismorfismo Corporeo (DDC) è relativamente recente ed è stata introdotta solo nel 1987 nel DSM-III-R, quando entrò a far parte della classificazione dei disturbi psichiatrici, relativamente a un disturbo citato in letteratura 100 anni prima da Enrico Morselli, che coniò il termine Dismorfofobia (Morselli, 1886). Nel DSM-III (APA, 1980) compariva, sotto il nome di dismorfofobia appunto, fra i disturbi somatoformi atipici, ma senza alcuna specifica di criteri diagnostici.
Il Disturbo di Dismorfismo Corporeo è definito dal DSM-IV-TR (American Psychiatric Association, 2000) in base a tre criteri diagnostici:

  • Il criterio A stabilisce che la persona deve essere preoccupata per un difetto immaginario nell’aspetto fisico o, se presente una piccola anomalia fisica, provare una preoccupazione di gran lunga eccessiva.
  • Il criterio B indica che questa preoccupazione deve causare disagio significativo o menomazione nel funzionamento sociale, lavorativo oppure in altre importanti aree.
  • Il criterio C infine definisce che la preoccupazione non è meglio attribuibile ad un altro disturbo mentale.

Per la diagnosi di questo disturbo, il paziente deve dimostrare una persistente convinzione di bruttezza personale o relativa a uno specifico difetto fisico ed essere assolutamente certo che tali sue presunte mancanze estetiche siano evidenti ed ovvie anche per gli altri. Inoltre la preoccupazione relativa al difetto dovrebbe essere eccessiva e non facilmente trasferibile ad un’altra parte corporea considerata difettosa (Munro e Stewart, 1991).

In genere le persone che soffrono di Disturbo di Dismorfismo Corporeo vivono un rilevante disagio per la propria supposta deformità, descrivendo spesso tali preoccupazioni come “intensamente dolorose”, “tormentose”, o “devastanti”. In genere tali pazienti hanno difficoltà a controllare le proprie preoccupazioni e non tentano di resistervi. Così, finiscono col passare molte ore al giorno pensando al loro “difetto”, tanto che tali pensieri divengono talora il punto focale dell’intera loro esistenza.

Molte persone con questo disturbo non riescono ad ammettere le difficoltà che i propri sintomi causano loro, ma anzi sottolineano costantemente l’utilità e la legittimità dei loro continui sforzi mirati a tentare di correggere i difetti percepiti. Inoltre molti sviluppano una relazione “speciale” con gli specchi: si controllano continuamente ed alcuni restano bloccati davanti a tali superfici riflettenti, per ore, ogni giorno, intrappolati tra il desiderio di fuggire dall’immagine poco attraente che vedono e l’impulso irresistibile di aggiustarla. Proprio perché guardarsi negli specchi può generare ansia, le persone che hanno trovato il modo di evitarli sostengono di sentirsi meglio (Phillips, 1986).

Si può, dunque, concludere come il Disturbo di Dismorfismo Corporeo possa essere considerato un unico disturbo nel quale il pensiero si estende in un continuum da non delirante a delirante, o, similarmente, da pensieri ossessivi (con buon insight) attraverso l’ideazione sopravvalutata, al pensiero delirante, anche in considerazione del fatto che il DDC nella forma delirante risponde, come agli SSRI (antidepressivi serotoninergica) al pari di quello non delirante (Phillips, 2004) e che le due manifestazioni di DDC sono simili per caratteristiche demografiche (con l’unica differenza di minori conseguimenti scolastici nei deliranti), tipo della sintomatologia (ma il DDC delirante si presenta con maggiore gravità), danneggiamento funzionale e qualità di vita (con però più numerosi tentativi di suicidio nei deliranti), comorbilità, storia familiare e probabilità di remissione (Phillips, Menard, Pagano, Fay e Stout, 2006).

Terapia Cognitivo-Comportamentale

I trattamenti psicoterapeutici vengono utilizzati nel trattamento del disturbo e la Terapia Cognitivo-Comportamentale (TCC), all’interno della quale i pazienti lavorano per cambiare i propri pensieri e comportamenti maladattivi relativi al Disturbo di Dismorfismo Corporeo, sembra essere la più promettente in termini di risultati ottenuti (Phillips, 2004b).
Diverse ricerche utilizzando queste specifiche tecniche hanno riportato buone risposte al trattamento, così come è stato evidenziato da studi aperti (Neziroglu e Yaryura-Tobias, 1993; Neziroglu, McKay, Todaro e Yaryura-Tobias, 1996; McKay, Todaro, Neziroglu, Campisi, Moritz e Yaryura-Tobias, 1997; Khemlani-Patel, 2001) e da studi su trattamenti cognitivo comportamentali di gruppo (Wilhelm, Otto, Lohr e Deckersbach, 1999).
Non molti sono gli studi randomizzati e controllati, ma hanno offerto risultati favorevoli alla TCC.

Disturbi dell’immagine corporea e Disturbi del Comportamento Alimentare

Per i disturbi del comportamento alimentare (DCA), non diversamente da quanto è possibile sostenere per il Disturbo di Dismorfismo Corporeo (DDC), la letteratura segnala sempre di più l’importanza di integrare i tradizionali metodi ed approcci di trattamento con specifici interventi sugli aspetti nucleari del disturbo, al fine di migliorarne l’efficacia e l’efficienza. Sebbene i DCA non possano essere considerati meri disturbi dell’immagine corporea, negli ultimi cinquant’anni un ampio numero di indagini ha confermato il ruolo importante che una sua alterazione ha sia nello sviluppo sia nel loro mantenimento. Anche le recidive, che non di rado si presentano a distanza di tempo dalla fine di trattamenti che sul breve termine si erano mostrati efficaci nel ridurre la sintomatologia tipica dei DCA, sembrano spesso spiegabili sulla base di un mancato o non adeguato trattamento dell’alterazione dell’immagine corporea.
Quindi, anche a questo proposito, la TCC offre buoni strumenti di trattamento, che comportano un’integrazione fra strategie d’intervento per i DCA e quelle per il DDC.

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